Milano sott’acqua….Perchè? 3 articoli di Ivan Berni

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luglio 8 , 2014 |

Milano sott’acqua….Perchè? 3 articoli di Ivan Berni

Questi tre articoli di Ivan Berni sono usciti sulla prima pagina dell’edizione milanese di Repubblica nell’arco di tre anni: dal settembre 2010 (giunta Moratti) all’ottobre 2013 (Giunta Pisapia).

Ora che di anni ne sono passati oltre tre e mezzo – e che il Seveso ha rovinosamente allagato ancora una volta il quadrante nord ovest della città mandando sott’acqua Niguarda, i viali Zara e Fulvio Testi nonché il quartiere Isola –  rileggere questi testi può essere utile per capire che quanto è avvenuto non è un accidente della storia. Né può, di nuovo, ridursi a una disputa a scaricabarile fra Comune e Regione fra chi doveva fare e non ha fatto.

Qualcuno ha fatto qualcosa, nel frattempo? E lo può spiegare alla città? E gli investimenti promessi sono stati eseguiti?

1. Scolmatori e affogati, di Ivan Berni  Da Repubblica Milano, 21 settembre 2010

Alla fine del Settecento mezza Milano finiva sott’acqua per colpa della roggia Vettabbia. Esasperati, alcuni cittadini vittime delle esondazioni chiesero a un ingegnere, Pietro Parea, di trovare una soluzione al problema. Parea propose di prolungare il corso d’acqua a Melegnano. L’amministrazione austriaca approvò il progetto. Costava un milione di lire milanesi di allora: una fortuna, ma gli austriaci considerarono che ogni esondazione provocava danni anche maggiori. Così la capricciosa Vettabbia smise di essere un incubo.Bei tempi, vero? La giornata nerissima di ieri ha invece messo in mostra, ancora, l’insipienza e la concezione miserrima della cosa pubblica che anima chi governa questa città negli ultimi vent’anni. Il Seveso, sabato scorso, ha sfondato condotte e tombini per la settima volta dall’inizio del 2010. Niguarda, al solito, si è ritrovata con un metro d’acqua per le strade, nei negozi e nelle cantine mentre un’ondata di fango ha invaso il cantiere del metrò 5, provocando una enorme voragine in viale Fulvio Testi e lasciando i binari del tram appesi nel nulla. Il metrò 3 è rimasto bloccato per metà del percorso. Deviate anche linee di tram e bus. Il traffico è impazzito in mezza Milano. Migliaia di persone hanno perso ore o mezze giornate di lavoro. A quanto ammonta il danno per la città? Sarebbe davvero interessante se qualche volonteroso economista o statistico ce lo dicesse.

C’è chi ricorda che è la stessa storia da 35 anni. I più vecchi hanno memoria dell’acqua alla gola addirittura negli anni Cinquanta. Eppure si sa benissimo cosa andrebbe fatto per evitare che ogni temporale un po’fuori norma si trasformi in una catastrofe da Bangla Desh durante il monsone. Si dovrebbe raddoppiare il canale scolmatore di Nord Ovest e, soprattutto, si dovrebbe realizzare un nuovo canale scolmatore a Nord Est. Sul raddoppio dello scolmatore di Nord Ovest è in corso, da anni, uno stucchevole ping pong fra Provincia e Comune. Sul fratello scolmatore di Nord Est, che dovrebbe dirottare parte delle acque del Seveso nel Lambro meridionale, invece, la palla è tutta nel campo di Palazzo Marino. Il progetto di quest’ultima opera giace nei cassetti da anni: costerebbe 50 milioni di euro. Anni fa ci avevano spiegato che si sarebbe fatto con i proventi della quotazione in borsa della Sea, la società di gestione degli aeroporti. Poi non se ne è più saputo nulla. Forse anche perché, nel frattempo, Malpensa è stata abbandonata da Alitalia e la Sea non ha più lo stesso appeal di mercato che gli veniva attribuito qualche tempo fa. Scherzando, ma non troppo, nel pessimo conto del “salvataggio” dell’italianità di Alitalia – che in questi giorni minaccia altre centinaia di licenziamenti –  dovremmo mettere anche le alluvioni a Niguarda. Ora la giunta Moratti ci informa che Mm – che gestisce il ciclo delle acque – avrebbe finalmente pronta la soluzione per imbrigliare definitivamente il riottoso fiumiciattolo che ci allaga ad ogni acquazzone. Ancora non si sa se tratta del mitologico scolmatore rimasto sulla carta o di chissà quale altra grande opera, ma il grave è che ancor meno si conosce o si immagina come si riuscirà a finanziarlo, visto il tramonto dell’ipotesi Sea e i tagli alla finanza locale imposti da Tremonti.  Letizia Moratti avrà il coraggio di chiedere al governo i 50 milioni, almeno, necessari alla bisogna? Ci stupirà tutti imponendo una tassa “Seveso”? Dirotterà parte dei fondi – peraltro mai arrivati – dell’Expo? Ci penserà San Bertolaso? O punterà tutto sul jackpot dell’Enalotto?  Nell’attesa culliamoci nella nostalgia del tempo che fu. Quando almeno gli austriaci ci davano retta.

 

Giù le mani dal Seveso, di Ivan Berni Da Repubblica, Milano, 2 settembre 2011

 Per salvare l’ordinaria amministrazione si dovrà rinunciare a quasi tutto. Comprese promesse fondamentali della campagna elettorale del sindaco Pisapia. Come il riavvio di una politica di edilizia popolare, o housing sociale. E anche a interventi doverosi, attesi da decenni, per cancellare vere e proprie vergogne come le esondazioni del Seveso e il conseguente allagamento di Niguarda e zone limitrofe. L’ ultimo “alert” dell’assessore alle Finanze del Comune Bruno Tabacci è da brivido. Dunque, se non si riusciranno a piazzare sul mercato le quote della società Serravalleea rimpinguare, un minimo, le casse esauste del Comune, dovremmo rassegnarci a una logica di pura sussistenza, da parte di Palazzo Marino. La nuova amministrazione, lasciata in braghe di tela dalla giunta Moratti e su cui pende un ulteriore taglio di 100 milioni provocato dalla manovra del governo, non solo invita a scordarsi qualsiasi investimento ma paventa addirittura l’ impossibilità di garantire il funzionamento di base dei servizi. Non c’ è ragione di dubitare di Tabacci, persona seria e competente. Però la domanda sorge spontanea: ma la politica che fine ha fatto? È possibile che l’ idea di una città che rinasce, che ricomincia a credere in se stessa, che finalmente individua come priorità il tema della casa, della manutenzione urbana, della solidarietà sia da archiviare come un sogno impraticabile? È possibile che le ragioni “in positivo” che hanno portato alla vittoria di Giuliano Pisapia siano diventate, in tre mesi, un’ illusione? La contabilità, certo, ha le sue, di ragioni. Ma in questo frangente non si tratta di invocare spese fuori controllo o incoraggiare atteggiamenti irresponsabili. Si tratta di confermare impegni con la città che sono il cuore della scommessa politico – amministrativa della nuova giunta. Il riavvio di un politica di edilizia popolare, a costi sostenibili, non è un optional. Se viene meno crolla un pilastro del programma politico di Pisapia. Significa rassegnarsi all’ idea di una città che chiude le porte alle coppie giovani, che in nome della speculazione continuerà a espellere ceti medi e ceti popolari. E che dire della rinuncia ad affrontare il problema del Seveso? Con quali argomenti si può sostenere che non si tratta di una assoluta priorità? Quest’ estate c’ è già stato un assaggio al primo, serio, temporale: cantine, negozi, seminterrati e strade invase da mezzo metro d’ acqua. Come da decenni, a Niguarda e nella zona di viale Zara. Uno sconcio indegno di una città civile. A questi cittadini esasperati non si può rispondere che se ne riparlerà fra tre anni. Che per il momento bisognerà portare altra pazienza, in nome della contabilità. In altri termini: se i soldi non ci sono vanno trovati. E si possono trovare se la giunta mantiene l’ altro fondamentale impegno preso da Pisapia: quello della trasparenza. Milano ha cuore e portafoglio per tenersi in piedi. Se la giunta chiedesse ai milanesi un sacrificio, ad esempio nella forma di un “contributo di scopo”, per finanziare case popolari e scolmatori per il Seveso la città capirebbe. E con tutta probabilità risponderebbe positivamente. Pisapia non può essere il sindaco dell’ordinaria amministrazione. E dei tombini che scoppiano.

 

3. Niguarda e Seveso, l’impotenza della politica, di Ivan Berni Da Repubblica, Milano, 25 ottobre 2013

 Sugli abitanti del quartiere Niguarda grava una maledizione biblica. Non è la pioggia, come distrattamente qualcuno può pensare, ma l’ingrato destino di rappresentare l’impotenza della politica. Persino al di là delle buone intenzioni. Mercoledì sera Niguarda è andata ancora una volta sott’acqua. Le acque del Seveso sono sboccate dai tombini per una ventina di centimetri allagando, come sempre, strade, cantine e negozi. Oltre a bloccare il traffico e alcune linee del trasporto pubblico.

Non è stata un ‘alluvione ma una “normale” esondazione che ha, amaramente, riportato alla consuetudine un quartiere che sperava di essersi messo alle spalle la sfiga della predestinazione a finire sott’acqua. L’ultima volta, prima di mercoledì sera, risaliva infatti all’agosto del 2011 e qualcuno si era illuso che la nuova strategia della Protezione civile di aprire lo scolmatore alle prime avvisaglie di pioggia sarebbe bastata a mettere al riparo la zona. L’episodio di mercoledì sera ha bruscamente riportato tutti alla realtà: senza interventi strutturali a monte di Milano, Il Seveso continuerà ad allagare Niguarda. La cosa è, naturalmente risaputa da decenni : occorre realizzare un sistema di vasche di laminazione – ovvero una via di fuga e contenimento delle acque – lungo il corso del fiume, a nord di Milano. Senza questi interventi le esondazioni sono inevitabili, dato che il Seveso si gonfia a dismisura ogni volta che piove un po’ più del dovuto e che il calibro del suo tratto interrato non è in grado di reggere gli aumenti di portata. Sono interventi costosi, che comportano lavori per alcune decine di milioni di euro. Tuttavia, a dispetto di questo tempo di vacche magrissime, i soldi ci sono. Il Comune di Milano, per bocca dell’assessore alla Protezione Civile Granelli, annuncia che nel bilancio 2013 ci sono ben 68 milioni per interventi triennali destinati alla messa in sicurezza del Seveso. Mentre la Regione, per bocca dell’assessore al Territorio Viviana Beccalossi, a sua volta annuncia che sono immediatamente disponibili dieci milioni di euro per avviare le opere. Peccato che a questi annunci corrispondano solo reciproche accuse di inerzie e ritardi. Palazzo Marino che imputa alle Regione la mancata elaborazione di un piano esecutivo; la Regione che punta il dito su Comune per non aver risposto alla convocazione di un tavolo operativo per affrontare la questione. Una corsa allo scaricabarile penosa o, ci si permetta, persino grottesca e offensiva, mettendosi nei panni fradici dei residenti di Niguarda.

Ora, se è vero che i denari ci sono ( e prima che scappino in qualche altra direzione) è possibile sperare che le istituzioni depongano le armi di una rissa inutile quanto avvilente e si mettano al lavoro, subito, per risolvere il problema del Seveso? Sarebbe un segnale importante se Comune e Regione “adottassero” Niguarda, mettendo in rete – ad esempio – un sito che spieghi cosa si sta facendo e che coinvolga i cittadini. Un modo per rendere pubblico, e controllabile, il calendario dei lavori in corso, magari descrivendo passo passo le operazioni di cantiere , indicando con precisione i tempi di entrata in esercizio delle opere, spiegando gli eventuali ritardi e le ragioni che li hanno determinati. “Adottare” Niguarda come un quartiere ferito dall’incuria e da decenni di trascuratezza colpevole, darebbe ai cittadini quel segnale di attenzione che la politica ha trascurato. Di più: potrebbe marcare una svolta nel rapporto troppo spesso incarognito fra istituzioni che, pur nella diversità della guida politica, hanno l’obbligo di agire per cancellare la vergogna di migliaia di cittadini costretti a patire la “cura del Seveso” , ogni volta che piove un po’ più del dovuto. Perché a finire sott’acqua, ogni volta che saltano i tombini, è anche la credibilità delle istituzioni.

 

 

Commenti (2)

  1. Sconfortante e, purtroppo, prevedibile: questi tre anni, come dimostrano gli articoli pubblicati, non hanno risolto il problema del Seveso a Milano. La via maestra, ha ragione Berni, è la trasparenza, è la possibilità di controllare in rete lo stato avanzamento lavori. Ma noi che cosa possiamo fare, come Pd, come circolo Pd? Possiamo fare nostra questa battaglia (una battaglia per volta)? Possiamo qualificarci politicamente intorno a questo obbiettivo? Sono queste le battaglie che chiariscono il nostro perimetro ideale? La mia risposta è sì. Prima che sia troppo tardi, sotto tutti i punti di vista.